Questioni di … merda.

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Sì, hai letto bene, quello che vedi è merda!

Di fronte a un’opera del genere, è difficile mantenere la calma e riconoscere genialità e creatività di un vero artista. Ti senti preso in giro e il risultato è, nella maggior parte dei casi, giudicare un tale artefatto come un’inqualificabile banalità. La verità è, se hai la pazienza di fare un piccolo sforzo mentale, che non è affatto così.

Bisogna, prima di tutto, analizzare ciò che appare ai nostri occhi: una scritta, alquanto esplicita – che poi è il titolo dell’opera stessa -, ne dichiara il contenuto, cui fanno seguito indicazioni precise su qualità e quantità del prodotto. Sei di fronte a un’opera in serie, fatta da barattoli di feci d’artista – per la precisione novanta – firmate e numerate con cura. Il paradosso – e qui il colpo di genio – è che il (presunto) contenuto viene messo in vendita con gli stessi parametri con cui è venduto l’oro.

Il processo è ben congeniato: il ribaltamento, cioè, del significato di qualcosa cui sei sempre stato abituato a guardare in maniera diversa. In altre parole, l’artista ti chiede di mettere in dubbio, da una parte, la definizione rigida del senso estetico delle cose (bello o brutto, per esempio) e dall’altra, invece, il valore oggettivo di un’opera quale reale prodotto artistico.

Questo è reso possibile soprattutto grazie alla lezione di un altro grande maestro dell’arte contemporanea: Marcel Duchamp. Per capire meglio il contenuto concettuale di questo barattolo, va ricordato che proprio Duchamp, all’inizio del Novecento, ha preso un normale orinatoio, lo ha ribaltato, firmato R. Mutt, e proposto come opera d’arte di fronte a una commissione di accademici. Lavoro, questo come altri, passato alla storia dell’arte (non senza scandali) come ready made. Qualcosa, cioè, che esiste già, a cui l’artista assegna un valore artistico preciso attraverso un processo concettuale, modificandone l’uso comune e la sua destinazione. Il risultato è di spiazzante sorpresa: sei costretto, con discreta riluttanza, a immaginare sotto altre vesti qualcosa che non ti aspettavi di dover pensare. Un po’ come provare a guardare una forchetta pensando che sia un pettine.

Il contrasto generato dal contenitore e dal suo significato invertito ti innervosisce, infastidisce, e un po’ ti turba, ed è proprio qui che risiede la potenza espressiva in lavori come questi.
L’opera di Manzoni si presenta come un affronto ironico alla percezione delle cose: una provocazione diretta al sistema dell’arte. In una gara fra mercanti e galleristi, l’opera diventa il prodotto di estremo valore; quindi non possono che esserlo anche le feci dell’artista!
Quello che vedi ha davvero valore? Questa è davvero arte? Vale così tanto?
Sono tutti quesiti legittimi, che nascono spontanei di fronte a qualcosa di questo genere. L’idea che abbiano raggiunto un valore enorme, col passare del tempo, rende questo piccolo artefatto di Manzoni, ancora oggi, un’opera di impressionante efficacia. La genialità di questo artista – e dell’opera nello specifico – è nell’essere riuscito, con tale irriverenza, a prendersi gioco di tutti: artisti, mercanti, galleristi, spettatori.

Avresti mai pensato a una cosa del genere? Probabilmente no, ed è proprio per questo che tale piccolo barattolo è, fin dal 1961, ritenuto una delle più importanti, scandalose e affascinanti opere del secondo Novecento.

P.S.: qualche anno fa è stato accertato che, all’interno delle lattine, non sono contenute vere feci … Manzoni è riuscito, così, a inscatolare e vendere non soltanto merda d’artista, ma anche un clamoroso inganno.

Call me by your name.

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«Lo scorrere del fiume non significa che tutto cambia e quindi non possiamo riviverlo, ma che alcune cose restano uguali solo attraverso il cambiamento». Parafrasando Eraclito e la sua concezione del divenire, si dà inizio a un’odissea speciale nel nostro essere più intimo. Quella proiettata è la nostra vita: una vacanza estiva negli anni ottanta, «somewhere in northern Italy», il tempo lunghissimo di un’estate che vorremmo non finisse mai, senza tecnologia, senza costrizioni, ma solo noi e le ore che trascorrono, lente e inesorabili.

La storia raccontata, invece, è quella di Elio (il sole), adolescente cresciuto a letture e musica che, con la propria insostenibile leggerezza dell’essere giovane, a diciassette anni conosce le variazioni di un Bach giovanissimo e trascrive Liszt con la facilità con cui Perseo sconfigge la Gorgone.

In questa serra felice, dove si coltivano passioni, bellezze e noiose abitudini, arriva Oliver (l’olivo). Il nuovo Ulisse che approda nell’isola di Calipso – nella mitologia classica, figlia di Elio – arriva dall’America portando con sé un bagaglio di affascinanti esperienze e intriganti tentazioni.

Sei settimane, un tempo lungo che vola via in un sospiro, è la durata della storia che il regista scandisce con sapienza, grazie all’uso di scene molto lente sulla selvaggia semplicità di una natura incontaminata: un eden idilliaco, fatto di frutteti, laghi, cinguettio degli uccelli e musica sublime, che incanta e seduce come una sirena.

Un padre, archeologo, che riporta in superficie un esemplare di kalòs kagathòs che insegue da una vita, del quale sembra conoscere ogni segreto. La sua passione per il bello ideale, sublimata nel ritrovamento di una statua prassitelea sui fondali di un lago, ci introducono in un mondo lento, le cui ore sembrano scandite dal rumore dell’acqua. Quella stessa acqua, che ritorna, come elemento vitale di nutrimento e cambiamento. È attraverso questo magico ritrovamento che veniamo guidati da Elio e dalla sua adolescente inesperienza alla scoperta delle passioni, verso l’attrazione e i piaceri della carne.

L’albicocca – pomo della discordia dell’Olimpo – è donata ad Oliver come frutto di un nuovo giudizio di Paride, all’alba di una guerra che si combatte, stavolta, nella vita di entrambi: la battaglia vede coinvolte emozioni, convinzioni, abitudini e certezze dei due sfidanti.

Quanto segue è la pura narrazione dell’animo. Tutto è perfezione … immagini, citazioni dell’antico, coinvolgimento delle arti e delle sensazioni: tutto è esperienza sinestetica e piacere per i nostri sensi, ogni scena è un déjà-vu della nostra stessa vita. Naufraghi di una tempesta improvvisa che colpisce i protagonisti, attraversiamo gli ostacoli di un amore impossibile, combattendo con loro contro Scilla e Cariddi, quei mostri che ognuno di noi conosce, ma ostinatamente cerca di evitare.

Elio, giovane eroe ancora inesperto, è travolto da delusione, rabbia, repulsione, vergogna, ma ciò che impariamo assieme a lui – o sapevamo già, ma avevamo dimenticato – è che questi non sono peccati da nascondere. Non c’è da vergognarsi nell’essere umani, perché queste sono esperienze che vanno assecondate e vissute, come ricorda suo padre, in un monologo commovente: «non provare niente per non rischiare di provare qualcosa … che spreco!».

Il film è un’esperienza che vale la pena d’esser vissuta: Guadagnino è riuscito a trasporre un racconto emozionante con una raffinatezza straordinaria, maturata attraverso l’ammirazione verso i grandi registi del passato.

«Date parole al vostro dolore altrimenti il vostro cuore si spezza» (cfr. William Shakespeare, MacBeth).

 

The End of the F***ing World: cosa ne penso.

Quanto è veramente difficile essere adolescenti?

È una domanda che non ha risposta facile. Eppure c’è chi riesce a descrivere tutto ciò che esiste tra il dire e il fare, tra noi – da giovani – e la nostra difficoltà di crescere.
Questo è The End of the F***ing World, in streaming su Netflix.

La storia di James e Alyssa, nuovi Syd & Nancy che affrontano l’ostacolo più difficile che la vita potesse loro mettere di fronte: crescere.

Due ragazzi dal presente complesso, costretti a subire una vita piena di complicazioni che, come unica difesa, sviluppano caratteri molto tormentati.

James crede di avere disturbi mentali, è ossessivo con tendenze psicopatiche che lo portano a sviluppare il desiderio di uccidere qualcuno.
Alyssa è, invece, un turbine di arroganza: egoista, ninfomane, nevrotica e sfacciata, detesta il prossimo e trova il mondo totalmente noioso.

Il loro incontro, benedetto da un propizio «vaffanculo», è quanto di più bello e paradossale ci si possa aspettare di vedere.

I due, cresciuti in modo diverso, hanno una concezione particolare di giusto e sbagliato e, conoscendosi, danno vita a un big-bang di disavventure ed esperienze che li portano a deviare, con impeto e ingenuità, dal loro percorso quotidiano.

Una serie di rocambolesche avventure li catapulta lontani da casa, dalle famiglie, dalle abitudini, per scivolare sul fondo di un baratro che non sembra affatto preoccuparli.
Nell’illegalità più totale e con l’audacia che solo due adolescenti possono sentire di possedere, i due scoprono qualcosa che non avevano programmato: l’amore.

Tutto quello che c’è intorno è puro godimento. Non perché sia sbagliato quello che fanno, ma perché si scopre di volere bene a due giovani che, come unica colpa, dimostrano troppa consapevolezza di sé.

A rendere più emozionante questo viaggio di strabiliante follia, una colonna sonora eccellente e una fotografia, seppur low-budget, molto gradevole.
Immersi fra le campagne britanniche vicino alla Manica, si assiste a una serie di sfortunati eventi accompagnati da battute di black humour che solo gli inglesi sono capaci di inventare.

Ci si ritrova a vivere un pezzo di se stessi, in quel caos di avvenimenti, coinvolgenti a tal punto da dimenticarsi di aver provato vergogna, timidezza, paura nel fare alcune scelte in gioventù.

Il pugno nello stomaco è comunque tosto e difficile da digerire: l’effetto, nel vedere gli episodi, è un mix tra eccitazione e scandalo.

Un consiglio? Guardatela. Dall’inizio alla fine. Gli episodi sono otto e brevi: in neanche tre ore si scopre d’aver vissuto un milione di vite. Il disagio, l’emozione, la difficoltà, l’impossibilità e gli ostacoli che tutti abbiamo affrontato una volta nel nostro passato – adottando soluzioni meno illegali, spero – condensate in un racconto unico di pura ironia e piacevole pazzia.

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All (my) art has been contemporary.

La parte più difficile quando si inizia a scrivere è trovare l’argomento adatto. Dopo una lunga riflessione ho deciso che la prima cosa di cui mi piacerebbe parlare è ciò che faccio.

Occorre fare una premessa per chi non conosce la mia storia: sono uno studente di Storia dell’Arte e ho iniziato, quest’anno, gli studi magistrali. Il mio sogno è ampliare le mie conoscenze sull’arte contemporanea anche per sconfiggere i pregiudizi più banali che purtroppo ancora l’affliggono – un suicidio, più che un sogno.
Perché l’arte contemporanea?

È, in effetti, una bella domanda, la cui risposta necessita di una piccola digressione.

Ero ancora uno studente alla triennale di Beni Culturali e cominciavo, con un mix di timore ed eccitazione, il mio primo vero corso di Storia dell’Arte Contemporanea.

La prima lezione fu su Antonio Canova, l’artista che, secondo alcuni, rappresenta un ponte fra l’antico e il contemporaneo. Il mio animo fu preso e scagliato, verso questa materia finora quasi sconosciuta, con la stessa potenza con cui Ercole scaraventa Lica giù dal promontorio.

È stato uno shock, destabilizzante come un colpo di fulmine a ciel sereno.
Confesso che, prima di allora, possedevo pochi rudimenti sul contemporaneo, ricevuti dal mio professore di quinto superiore, che ringrazio ancora per avermi trasmesso la passione per l’arte; nel corso dei primi due anni di studio mi ero concentrato poi più sull’età antica e moderna. La cosa, del resto, fu favorita dalla permanenza nella città eterna, quella Roma, culla dell’antichità e patria di alcuni fra i più grandi maestri che l’arte abbia mai conosciuto.

In quel momento, l’illuminazione: capii di voler studiare l’età contemporanea.

Ne parlai con amici, colleghi e conoscenti con la gioia più pazza di quella raccontata nel film di Virzì e, fatto salvo alcuni con cui condividevo le stesse passioni, ebbi la sensazione di sentirmi un pesce fuor d’acqua.

Ho capito poi, con il tempo, che l’arte contemporanea è – ahimè – vista da molti con grande avversione. Ho letto, assistito e preso parte animatamente a spiacevoli diatribe con persone che, con sadico piacere, amano ridurre le opere di alcuni artisti, specialm
ente del secondo Novecento, a meri prodotti del commercio, svuotati da qualsiasi valore artistico.
Lo so: è un discorso complesso e non me ne volere – se come me ami la materia – ma ho provato a trasformarlo in una chiacchiera da blog, che mi è utile a far capire ciò che provo insieme ad alcune difficoltà che ho scelto di affrontare.

La mia battaglia è, ormai, quella di un piccolo Fontana che, invece di aprire un varco sulla tela per raggiungere l’infinito, cerca di aprire una fessura dentro uno spesso muro nero di pregiudizi, nato da una mancanza di curiosità e chiarezza.

Ho fatto di questa passione una sorta di vocazione: studio, tutti i giorni, per migliorare le mie conoscenze così da poter trasmettere lo stesso amore che anima la mia voglia di imparare a chi ha voglia di ascoltare ed è incuriosito da un mondo pieno di sorprese.
E a te, piace l’arte contemporanea?

Fontana_Concetto_Spaziale__Attesa_1964.jpgLucio Fontana, Concetto Spaziale. Attesa, 1964, collezione privata.

Benvenuto

Da tempo desidero riversare su carta alcuni pensieri che mi passano per la testa. Spesso ho cercato di rispondere a questa esigenza e annotare su un diario frammenti delle esperienze vissute negli anni ma, alla fine, la pigrizia è riuscita ad averla vinta e, col tempo, ho smesso di pensarci.

Mi sono detto: «adesso, o mai più» e, seguendo il consiglio di un’amica, ho deciso di fare questo passo: apro un blog! Sì, proprio così, ho deciso di mettere a frutto questo mio sogno e renderlo, in qualche modo, aperto a tutti.

Perché lo faccio? – mi si potrebbe chiedere. Perché ne ho immensa voglia. Perché adoro scrivere, adoro soprattutto leggere, e vorrei imparare a trasmettere quello che vivo, amo e vedo, con la stessa intensità. Quale modo migliore se non creare una mia piccola bacheca pubblica?

È possibile che questo progetto non avrà la fortuna che spero, o forse sì, ma ho deciso di farlo e chiunque desideri esserne coinvolto, anche se solo di passaggio, sarà parte importante di qualcosa cui tengo molto.

«L’isola di Pirro» è il nome scelto per il mio diario. È una piccola allusione a un testo di Elsa Morante che mi è entrato nel cuore, e anche una sintesi perfetta dei propositi dietro quest’idea.

«Perché l’isola? Perché è il punto dove io mi isolo, dove sono solo: è un punto separato dal resto del mondo, non perché lo sia in realtà, ma perché nel mio stato d’animo posso separarmene»: così, Giuseppe Ungaretti, commentava la propria poesia L’isola. A modo mio ho deciso di crearmene un’altra, che porti addirittura il mio cognome. La fantasia e l’esperienza costruiranno i confini di questo piccolo luogo nascosto, lontano da tutto, ma non per questo separato, dove potermi sempre ritrovare.

Col tempo, spero, quest’isola sarà riempita di ricordi, pronti ad essere condivisi con i suoi visitatori che potranno sempre avere in dono una piccola parte della mia vita.

Buon approdo, buona lettura.

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